QUALCHE FLASH SULLE COMMISSIONI DI MASSIMO SCOPERTO

Nell’ambito del contenzioso bancario ed in particolare nelle c.d. “cause di anatocismo”, emerge la costante ed abnorme applicazione da parte degli istituti di credito della commissione di massimo scoperto (c.m.s.), che rappresenta una voce occulta del tasso di interesse in concreto applicato, nella stragrande maggioranza dei casi mai concordata, né pattuita, quindi non dovuta.
Un primo profilo di nullità delle c.m.s., pertanto, riviene dal difetto di esplicita previsione contrattuale, quindi, per la violazione da parte della banca degli artt. 1418 c.c., 1325 c.c. e 1346 c.c..
Con il D.L. 24.03.2012, n. 29 è stata disposta la nullità di tutte le clausole che prevedano commissioni a favore delle banche a fronte della concessione di linee di credito, della loro messa a disposizione, del loro mantenimento in essere, del loro utilizzo anche nel caso di sconfinamenti in assenza di affidamento ovvero oltre il limite del fido, stipulate in violazione delle disposizioni applicative dell’art. 117-bis T.U.B., adottate dal Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio al fine di rendere i costi trasparenti e immediatamente comparabili.
Ulteriore profilo di nullità della c.m.s. riviene dall’assoluto difetto di una causa giustificatrice della stessa.
La ratio delle c.m.s. non può essere individuata in alcuna fonte normativa, dal momento che il nostro ordinamento non fa mai riferimento alla c.m.s., termine che, di fatto, è considerato una vera e propria integrazione del tasso nominale di interesse, priva di una specifica giustificazione economico – tecnica.
La nullità della c.m.s. deriva, pertanto, dall’assenza della benché minima causa giustificatrice tecnico-economica e di un fondamento giuridico e può essere rilevata, anche d’ufficio, dal Giudice.
Sul punto, tra le pronunce di merito, cfr., Trib. Bari, 18.09.2006 n. 2311 e Trib. Milano, 04.07.2002, in Foro pad., 2002, I, 422, n. GHIGLIOTTI, la cui massima recita testualmente: “… la nullità, rilevabile d’ufficio, di siffatta pretesa obbligatoria appare dunque di chiara evidenza: il supposto rapporto obbligatorio o patto contrattuale deve ritenersi, infatti, nullo per totale mancanza di una causa giustificatrice poichè la remunerazione della utilizzazione della somma messa disposizione dalla banca consiste negli interessi corrispettivi e tali interessi dovranno essere calcolati….
Dello stesso avviso, il Tribunale di Lanciano, con sentenza del 31.07.2009 ha statuito: “Questo Giudice ritiene di aderire all’indirizzo giurisprudenziale di merito (Trib. Vibo Valentia sent. 16.01.2006, Trib. Mondovì ord. 30.01.2007, Trib. Monza sez II sent. 12.12.2005 n. 3393) che considera nulla la commissione di massimo scoperto per difetto di causa, pur essendo stata la detta clausola prevista nel contratto stipulato fra le parti, atteso che tale commissione costituisce inevitabilmente una doppia imposizione su somme che sono già produttive di interessi, con l’effetto di aumentare in modo ingiustificato il tasso reale dell’interesse praticato; in sostanza, l’istituto bancario è remunerato attraverso la pattuizione di interessi corrispettivi per aver messo a disposizione una somma di denaro, ragione per cui pretendere un corrispettivo per il mantenimento dell’apertura di credito è illegittimo perchè si concreta in un ulteriore e non pattuito addebito di interessi rispetto a quelli già previsti per l’utilizzazione dell’apertura di credito. Dunque la clausola che prevede l’applicazione di commissioni di massimo scoperto in entrambi i contratti va considerata nulla”.
Ed ancora, la sentenza n. 93/2011 emessa dal Tribunale di Trani, Sez. Distaccata di Andria prevede espressamente che: “per ciò che concerne l’addebito delle c.d. commissioni di massimo scoperto (c.m.s.), a prescindere dal fatto che esse siano state o non siano state espressamente convenute, le stesse sono da considerarsi irrimediabilmente affette da integrale nullità… A parere del sottoscritto giudicante, le commissioni di massimo scoperto sono prive di causa. Esse, in assenza di qualunque vincolo di corrispettività, attribuiscono un costo al cliente senza che costui ritragga alcun vantaggio, che non rientri già ordinariamente nei vantaggi normalmente ritraibili dall’ordinaria attività di finanziamento bancario, di per sè ampiamente remunerata dal tasso di interesse pattuito o praticato. Non può infatti ravvisarsi una giustificazione per le c.m.s. in ragione del maggior rischio assunto dalla banca sulla somma massima utilizzata, nel periodo di riferimento, dal singolo cliente; tale maggior rischio in realtà non sussiste: esso null’altro è che l’ordinario rischio del credito, che se ritenuto gestibile può essere sfruttato ai fini di profitto dalla banca; se gestibile non dovesse essere ritenuto, dovrebbe coerentemente determinare un rifiuto da parte della banca del maggior credito richiesto. Sicuramente, non dovrebbe determinare in alcun modo un costo aggiuntivo, dato che non determina di per sè un servizio aggiuntivo. Pertanto, a prescindere dall’avvenuta previsione in contratto a meno delle medesime, la pattuizione relativa alle commissioni di massimo scoperto deve essere ritenuta nulla per mancanza di causa”.
In tema, si segnala, pure, la cit. Trib. Bari, sent. 09.04.2013, G.U. Cons. Dott. E. Scoditti, secondo cui… “La commissione di massimo scoperto va eslusa. Pur se prevista la commissione è priva di causa avuto riguardo alle modalità in cui viene di norma calcolata nei rapporti bancari…”.
Si tratta, quindi, di una vera e propria integrazione del tasso nominale di interesse, che l’istituto bancario si riconosce, priva di una specifica giustificazione tecnico-economica non essendo neppure prevista nelle N.U.B..
In dottrina, si segnala, L. Brusasca, Tecnica Bancaria, ed. 5, Buffetti editore; G. Dell’Amore, “Economia delle aziende di credito” Istituto di Economia aziendale Università Bocconi di Milano, vol. III, Le Banche di deposito.
Pur essendo stata concepita contabilmente dal ceto bancario, quale controprestazione per il mancato utilizzo dell’affidamento accordato (cd. provvigione sul mancato utilizzo), la c.m.s. ha perso, col trascorrere degli anni, tale funzione, ed infatti, se così fosse, la stessa sarebbe calcolata sulla somma rimasta disponibile e non sulla somma massima utilizzata nel trimestre e con riferimento a ciascun periodo di liquidazione degli interessi.
Sul punto, cfr., Corte D’Appello di Milano, 04.04.2003, n. 1142, Trib. Lecce 21.11.2005, Trib. Lecce 11.03.2005 e cit., Trib. Milano 04.07.2002.
Le c.m.s. vengono di frequente calcolate dall’istituto di credito sull’importo effettivamente utilizzato, seguendo criteri recanti una mera duplicazione degli interessi.
Conseguentemente, anche le somme di denaro incamerate dalla banca a titolo di c.m.s. devono essere decurtate dal saldo del contocorrente perché non pattuite, con eliminazione di ogni effetto prodotto sull’ammontare del saldo del c/c a seguito della loro capitalizzazione nel corso del rapporto.
Nella stragrande maggioranza dei casi le c.m.s. sono state sempre arbitrariamente ed illegittimamente applicate, restando del tutto oscuri la causa giustificatrice e gli elementi determinativi dell’onere addebitato al correntista.
In giudizio, può, pertanto, eccepirsi la nullità delle commissioni di massimo scoperto ex art. 1418 c.c. in relazione all’art. 1346 c.c. per indeterminatezza e comunque determinabilità dell’oggetto, sia per il difetto di clausola contrattuale, sia per la mancanza di un uso normativo riscontrabile nell’ordinamento tale da legittimare la corresponsione di un simile onere alla banca.
La rilevanza degli evidenziati profili di nullità e illegittimità della commissione di massimo scoperto è ancor più manifesta laddove si consideri che la notevole incidenza economica di tale onere, gravante indiscriminatamente sulla esposizione globale, viene addebitata e ulteriormente capitalizzata producendo un effetto moltiplicatore dei costi per il cliente.
Consequenzialmente, le somme di denaro pretese e pagate alla banca a tale titolo, non essendo dovute, possono essere richieste in restituzione dal correntista.

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