SULL’ECCEZIONE DI DECADENZA DALL’AZIONE DI RIPETIZIONE DI INDEBITO PER MANCATA CONTESTAZIONE DEGLI ESTRATTI CONTO E SULLA PRETESA OPERATIVITA’ DELL’ART. 2034 C.C..

Quasi tutti gli istituti di credito nei propri scritti difensivi si ostinano ad eccepire la pretesa decadenza dei correntisti dall’azione di ripetizione di indebito per mancata contestazione degli estratti di c/c.
In realtà, detta eccezione risulta totalmente infondata, alla luce delle argomentazioni che seguono, confortate dal costante orientamento giurisprudenziale in materia.
Costituisce principio pacifico in giurisprudenza che la ricezione degli estratti conto non fa decadere il cliente dal diritto di contestare le nullità che viziano il rapporto bancario.
In proposito, si rileva che la Suprema Corte ha più volte chiarito che non è mai precluso al correntista contestare gli errori di contabilizzazione anche in caso di mancata impugnazione dell’estratto conto bancario.
In base alla corretta esegesi del combinato disposto degli artt. 1857 e 1832 c.c., infatti, espressa in un orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, l’approvazione tacita o espressa, del conto non comporta la decadenza da eventuali eccezioni relative alla validità in senso lato o all’efficacia di singoli negozi o fatti giuridici che costituiscono titolo dell’annotazione.
Il tutto, ove si consideri che l’incontestabilità delle risultanze del conto, derivante dalla mancata impugnazione, si riferisce ai rispettivi accrediti ed addebiti considerati nella loro realtà effettuale e non alla validità ed efficacia dei rapporti obbligatori da cui essi derivano.
Nel rapporto di conto corrente bancario il termine di decadenza di sei mesi per l’impugnazione dell’estratto conto trasmesso al cliente, fissato dall’art. 1832, 2° co. c.c., ove non esercitato, non preclude la possibilità di contestare il debito da esso risultante, che sia fondato su negozio nullo, annullabile inefficace o, comunque su situazione illecita.
Cfr., ex multis, Cass. Civ. n. 10186/01; Cass. Civ. n. 18626/03; Cass. Civ. n. 76625/05; Cass. Civ. n. 11749/06; Cass. Civ. n. 12372/06; Cass. Civ. n. 6514/07; Cass. Civ. n. 4846/98; Cass. Civ. n. 8989/97; Cass. Civ. n. 1978/96; Cass. Civ. n. 6736/95 e Cass. Civ. b. 4140/95.
In argomento, v., pure, Cass. Civ., 29.07.2009, n. 17679, la cui massima recita testualmente: “La mancata contestazione degli estratti conto inviati al cliente dalla banca, oggetto di tacita approvazione in difetto di contestazione ai sensi dell’art. 1832 c.c., non vale a superare la nullità della clausola relativa agli interessi ultralegali, perché l’unilaterale comunicazione del tasso d’interesse non può supplire al difetto originario di valido accordo scritto in deroga alle condizioni di legge, richiesto dall’art. 1284 c.c.”.
Si consideri, infatti, che la mancata contestazione dell’estratto conto con la connessa implicita approvazione di tutte le operazioni bancarie regolate nel conto stesso, attesa la natura sostanzialmente confessoria delle annotazioni in esso riportate, non comporta l’inammissibilità di censure attinenti alla validità e l’efficacia dei rapporti obbligatori da cui scaturiscono le partite inserite nel conto.
Per quanto attiene, poi, l’asserita pretesa assoggettabilità della fattispecie in esame alle prescrizioni di cui all’art. 2034 c.c. in tema di obbligazioni naturali, si osserva che, come ben noto, il pagamento di interessi anatocistici non può essere considerato quale adempimento di un’obbligazione naturale, ripetibile ai sensi dell’articolo 2034 c.c., in quanto il relativo addebito in conto corrente veniva imposto ai clienti dall’intero sistema bancario, in conformità alle direttive impartite dall’associazione di categoria e senza possibilità di una negoziazione individuale.
Sul punto, cfr., la recente Corte d’Appello Milano, sentenza 20.02.2013.
In ogni caso, dottrina e giurisprudenza concordano nell’escludere decisamente che nell’ipotesi di addebito degli interressi ultralegali, non pattuiti per atto scritto, a norma dell’ art. 1284 c.c., sul conto corrente bancario si possa ipotizzare l’adempimento da parte del cliente di un’ obbligazione naturale, atteso che nella fattispecie in esame, difettano totalmente la volontà di pagamento, la spontaneità, nonché il dovere morale o sociale, richiesti dall’ art. 2034 c.c..
Sul punto, cfr., pure, Trib. Lecce, sentenza 29.11.2005.

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