NECESSITÀ DI VERIFICA ANCHE DEL TASSO MORATORIO AI FINI DELLA DETERMINAZIONE DEL TASSO USURARIO – IRRILEVANZA DELLA CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA – INTERVENUTA GRATUITÀ DEL MUTUO EX ART. 1815 C.C..

La recentissima ordinanza in commento conferma quell’orientamento giurisprudenziale secondo il quale, ai fini dell’accertamento dell’usurarietà di un mutuo deve aversi riguardo oltre che al tasso previsto per gli interessi moratori, anche di tutti gli ulteriori oneri connessi alla operazione di finanziamento.
Sul punto, cfr., Trib. Bari, 5/7/2016 e Trib. Bari 1/12/2014; Trib. Torino, sez. I, 14/5/2015 e 10/6/2014; Trib. Benevento, 30/12/2015, ord. n. 43, secondo cui … “ … l’interesse moratorio, al pari di tutte le altre voci di costo, viene in considerazione ai fini della valutazione dell’usurarietà del prestito già al momento della conclusione del contratto”.
In argomento, cfr., pure, Trib. di Milano, VI, sez. civile, n. 5279 del 28/4/2016, secondo cui “ … il controllo dell’usurarietà degli interessi debba operare non solo con riferimento agli interessi corrispettivi, ma anche per quelli moratori. In sostanza, quindi, entrambe le tipologie di interessi potenzialmente potrebbero risultare usurarie, ma ciò dovrà essere valutato singolarmente per ciascuna categoria di essi, dal momento che, nel caso di inadempimento del debitore e conseguente decorrenza degli interessi moratori, questi si sostituiscono e non si aggiungono agli interessi corrispettivi”.
Il Collegio di Bari aderisce alla giurisprudenza di legittimità che ha precisato che, ai fini della determinazione del tasso usurario, il raffronto col tasso soglia va fatto riguardo agli interessi promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo anche di interessi moratori (Cass. nn. 602 e 603 del 2013; Cass. n. 350/2013; Cass. n. 5286/2000; Cass. n. 14899/2000; Cass. n. 5324/2003).
L’ordinanza in commento conferma, altresì, la rilevanza della c.d. commissione per l’estinzione anticipata nella rilevazione del TEG, alla luce del dettato normativo di cui alla L. n. 108/96 che intende assicurare “una copertura completa dall’usura, estesa a tutti i costi dell’operazione di credito: dai costi immediati a quelli procrastinati, da quelli ricorrenti a quelli occasionali”.
Il superamento del tasso soglia comporta, ai sensi dell’art. 1815 co. 2 c.c., non solo la nullità della clausola con la quale sono stati convenuti gli interessi, espressamente comminata, ma anche la sanzione civile della gratuità del contratto, non essendo dovuti interessi tout court.
Nella fattispecie in esame, in base ai principi sopra riportati, il Collegio ha respinto il reclamo proposto dalla banca ai fini della revoca dell’ordinanza di sospensione dell’efficacia esecutiva del mutuo impugnato con l’opposizione a precetto.

N. R.G. 782/2016

TRIBUNALE DI BARI
SECONDA SEZIONE CIVILE
Il Tribunale di Bari, seconda sezione civile, riunito in camera di consiglio, nelle persone dei Magistrati:
Raffaella Simone Presidente
Rosa Pasculli Giudice
Valentina D’Aprile Giudice rel.

sentite le parti ed esaminati gli atti di causa;
sciolta la riserva di cui al verbale di udienza del 6/5/2016;
ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nel procedimento iscritto al n. 782/2016 r.g. promosso da BANCA….., in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa da……, in virtù di mandato in atti;

-reclamante-

contro

…………., rappresentati e difesi dall’Avv. Rosario Beninato, in virtù di mandato in atti

– reclamati –

Conclusioni come da verbale d’udienza del 5/6/2016

MOTIVI

I.1.- La Banca………… ha proposto reclamo avverso l’ordinanza emessa dal Tribunale di Bari in data 14/12/2015 con la quale è stata sospesa, ai sensi dell’art. 615, co. I, c.p.c., l’efficacia esecutiva del contratto di mutuo fondiario stipulato con gli odierni reclamati in data ……, registrato presso l’Agenzia delle entrate – Ufficio territoriale di Bari il successivo ………, sulla scorta della ritenuta inesigibilità del credito portato dall’atto di precetto notificato il 24/3/2014 pari al complessivo importo di €999.139,85, oltre accessori, a fronte della ritenuta usurarietà del finanziamento e, dunque, della sua gratuità ai sensi dell’art. 1815, co. II, c.p.c.
L’impianto argomentativo condiviso dal primo giudice, teso a valorizzare nell’accertamento della soglia di usurarietà della pattuizione non solo il tasso degli interessi corrispettivi, bensì anche di quelli moratori, nonché ogni ulteriore spesa e commissione collegata all’erogazione del credito (quali le spese di istruttoria, polizze assicurative e commissione per l’estinzione anticipata), è stato contestato dalla reclamante che, in aggiunta all’irritualità della procedura di instaurazione del contraddittorio (per inosservanza del termine – ritenuto perentorio – di notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza cautelare), ha evidenziato la diversità di funzione e di natura giuridica tra interessi corrispettivi, da un lato, interessi di mora e commissione per la risoluzione anticipata, dall’altro, rappresentando questi ultimi oneri economici del tutto eventuali e non strettamente necessari alla concessione del credito, non computabili, dunque, ai fini della valutazione di usurarietà negoziale. Peraltro, nella fattispecie risulterebbe espressamente prevista la clausola di salvaguardia, con conseguente riduzione entro i limiti del tasso di legge dei costi e degli oneri eccedenti.
Si è, inoltre, sottolineato che, anche nell’avversa prospettata gratuità del mutuo, residuerebbe pur sempre in capo all’istituto di credito, alla data di intimazione del precetto opposto, il diritto a procedere all’esecuzione per la differenza tra quanto già versato (ossia €136.481,25) e l’importo ancora dovuto a titolo di mera sorte capitale (pari ad €143.184,93). L’opponente ha, pertanto, concluso, affinché, in accoglimento del gravame, fosse disposta la riforma della decisione di primo grado e revocata la concessa sospensione del titolo esecutivo; con vittoria di spese di giudizio (ricorso depositato in data 20/1/2016).
I.2.- Costituendosi in giudizio, le parti debitrici hanno, in via preliminare, eccepito l’inammissibilità del reclamo ex art. 669 terdecies c.p.c. avverso l’ordinanza di sospensione disposta ai sensi dell’art. 615, co. I, c.p.c.; nel merito, insistito per il rigetto dell’impugnativa per infondatezza e la conferma del provvedimento di prime cure, dovendosi oltretutto considerare usuraia la stessa pattuizione degli interessi corrispettivi – pure prescindendo dalle ulteriori voci di costo controverse – in raffronto al tasso soglia pro tempore vigente per mutui a tasso variabile della specie di quello posto in essere (memoria difensiva del 3/3/2016).
I.3.- All’udienza del 6/5/2016 il Collegio si è riservato per la decisione.
II.- In primo luogo, deve essere disattesa l’eccezione preliminare di inammissibilità del reclamo avverso l’ordinanza che, ai sensi dell’art. 615, co. I, c.p.c., rigetta l’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva dei titoli opposti.
L’art. 615, co. I, c.p.c. attribuisce al giudice della cognizione, investito del merito di un’opposizione a precetto, il potere di sospendere, su istanza di parte e concorrendo gravi motivi, l’efficacia esecutiva del titolo. Una lettura a contrario della disposizione normativa conduce, invece, a negare la sospensione in caso di insussistenza dei gravi motivi.
Giova premettere che, secondo una parte della giurisprudenza di merito, sarebbe inammissibile il reclamo proposto ai sensi dell’art. 624 c.p.c. (norma dettata in tema di opposizione all’esecuzione già intrapresa) avverso l’ordinanza resa in sede di opposizione c.d. a precetto sull’istanza di sospensione ex art. 615, comma, 1 c.p.c. in quanto l’art. 624 c.p.c. riserva espressamente il rimedio del reclamo di cui all’art. 669 terdecies c.p.c. alle ordinanze rese dal giudice dell’esecuzione nell’ambito delle opposizioni proposte ai sensi degli artt. 615 e 619 c.p.c. sull’istanza di sospensione del processo esecutivo (così Tribunale di Milano, 20/8/2010; Tribunale di Lamezia Terme, 26/3/2009; Tribunale di Roma 11/8/2006).
Ulteriore dato che corrobora l’indicata soluzione è offerto dall’assenza di indicazioni legislative sul punto, a fronte della espressa previsione della reclamabilità della decisione con la quale il giudice dell’esecuzione decide sull’istanza di sospensione dell’esecuzione, in ossequio al principio interpretativo ubi lex voluit, dixit (cfr., in tal senso, Tribunale di Venezia, 31/10/2006).
Il Collegio, tuttavia, condivide l’orientamento della prevalente giurisprudenza di merito, in forza del quale il reclamo previsto dal combinato disposto degli art. 624 e 669-terdecies avverso i provvedimenti in materia di sospensione dell’esecuzione è estensibile anche al provvedimento sospensivo previsto dall’art. 615, co. I, c.p.c. (cfr. di recente, Tribunale di Torino, 31/8/2012; nonché Tribunale Catanzaro, 17/5/2011; Tribunale di Nola, 18/12/2008; Tribunale di Genova, 5/4/2007; Tribunale di Roma, 2/11/2006).
In primo luogo, infatti il provvedimento di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo ex art. 615, co. I, c.p.c., ha evidente natura cautelare e, dunque, il reclamo di cui all’art. 669 terdecies c.p.c. deve ritenersi proponibile avverso tale provvedimento; peraltro, è lo stesso dato letterale del comma I dell’art. 669 terdecies c.p.c. a prevedere, ormai, indistintamente il rimedio tanto avverso il provvedimento di concessione quanto avverso quello di rigetto della sospensione.
In secondo luogo, si è anche correttamente osservato che l’ammissibilità del reclamo sulla decisione che concede o nega la sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo deriva, oltre che dalla natura cautelare della decisione, dal fatto che l’art. 624 c.p.c. si riferisce a tutte le decisioni in tema di istanze di sospensione, senza che rilevi che una esecuzione sia concretamente iniziata, e posto che, in caso contrario, vi sarebbe una lesione del diritto di difesa della parte interessata (cfr. in tal senso: Tribunale Genova, 5/4/2007).
Infine, deve osservarsi che la nuova formulazione dell’art. 615 c.p.c. e la modifica introdotta in due tempi all’art. 624 c.p.c., hanno disegnato un nuovo istituto cautelare, che ricomprende non solo la sospensione del processo esecutivo, ma anche la sospensione della esecutività del titolo: ambedue i provvedimenti debbono ritenersi soggetti a reclamo, attesa la evidente volontà in tal senso dimostrata dal legislatore che, dapprima, aveva introdotto all’art. 624 c.p.c. il reclamo in relazione alla sola ipotesi di opposizione alla esecuzione (615, co. II, c.p.c.) poi, a seguito della l. n. 52 del 2006, ha eliminato dal comma I dell’art. 624 c.p.c. il riferimento al comma II dell’art. 615 c.p.c., così estendendo il rimedio ad entrambe le ipotesi (così Tribunale di Torino, 31/8/2012, Tribunale di Bologna, 13/6/2006).
Priva di pregio risulta, inoltre, la doglianza di inammissibilità del gravame per inosservanza del termine assegnato dal giudice per la notifica dell’istanza cautelare e del decreto di fissazione d’udienza. Sotto un primo e formale profilo, infatti, il decreto del 28/5/2014 non qualifica espressamente il termine per la regolare instaurazione del contraddittorio come perentorio; sotto un secondo aspetto, l’inquadramento giuridico in detti termini non discende neppure dalla disciplina positiva del rito cautelare uniforme che, di contro, si esprime in termini di perentorietà solo con riguardo all’ipotesi di conferma, modifica o revoca della cautela concessa inaudita altera parte (art. 669 sexies c.p.c.).
Quanto al merito, il gravame è infondato e va, pertanto, rigettato per quanto di ragione.
Giova premettere che, a fronte dell’allegazione di parte reclamante della sussistenza alla data di notifica del precetto opposto quantomeno di un residuo credito pari a circa €6.703,68 (ossia corrispondente alla differenza tra l’importo di €136.481,25 pari a n. 17 rate già versate e il dovuto a titolo di sorte capitale per €143.184,93), i mutuatari hanno contestato la sussistenza dei presupposti per la legittima intimazione della decadenza dal beneficio del termine, risultando, sulla scorta della prospettazione di parte, l’ammontare già corrisposto pienamente idoneo ad estinguere le rate di mutuo maturate – a solo titolo di sorte capitale – fino alla notifica del precetto del 24/3/2014 e mancando le condizioni per la risoluzione ai sensi dell’art. 40, co. II, d.lgs. 385/1993 (ritardato pagamento della rata per almeno sette volte, non consecutive).
Sennonché la verifica giudiziale da effettuarsi in concreto impone di accertare, secondo la tipica valutazione prognostica cautelare, la titolarità del suddetto e minor credito in capo all’istituto bancario procedente, ancorché non possa dirsi neppure adeguatamente e analiticamente offerta dai reclamati una ricostruzione alternativa dei conteggi così come svolti dalla Banca……. nel corpo del reclamo, ma potendo gli stessi valorizzarsi sulla scorta delle risultanze del piano di ammortamento e dell’ulteriore documentazione versata in atti.
Il mutuo stipulato in data ……. tra le parti in causa si caratterizza per l’erogazione di un prestito di importo pari a €1.000.000,00 garantito da ipoteca di primo grado ai sensi degli artt. 38 e ss. del d.lgs. 385/1993, da restituirsi in n. 180 rate mensili, per quindici anni a decorrere dal …… fino al ……, con previsione di un tasso corrispettivo fisso per l’eventuale periodo di preammortamento e per le rate di ammortamento scadenti sino al 31/12/2013 pari al 4,90% nominale annuo e di un tasso variabile – a decorrere dal 1/1/2014 – parametrato all’indice Euribor a tre mesi (arrotondato di cinque centesimi in cinque centesimi del secondo decimale) aumentato di 2,80 punti in ragione d’anno (pari al 4,30% al momento della pattuizione).
L’art. 3 lett. f) del cit. contratto prevede, inoltre, l’applicazione, in caso di ritardo nel pagamento di una sola rata alla scadenza concordata, dell’interesse di mora – per tutto il periodo di ritardato pagamento – nella misura nominale annua di tre punti percentuali in più del tasso corrispettivo e comunque “non superiore al tasso soglia statuito dalle vigenti disposizioni normative in materia d’usura” (cd. clausola di salvaguardia). La decadenza dal beneficio del termine viene ancora al mancato pagamento integrale anche di una sola rata oppure al ritardato pagamento delle rate verificatosi sette volte anche non consecutive, in forza della previsione di cui all’art. 40, co. II, d.lgs. 385/1993.
In aggiunta all’ulteriore costo della polizza assicurativa contro i danni da incendio, scoppio e fulmine agli immobili offerti in garanzia ipotecaria, contratta anche nell’interesse dell’istituto di credito mutuante, all’art. 3 lett. i) del contratto de quo si pattuiva, inoltre, a titolo di commissione per l’estinzione anticipata del rapporto creditizio, una somma pari al 2% dell’importo da rimborsare.
Orbene, stando alle allegazioni della stessa reclamante contenute nell’atto di precetto opposto, a fronte del mancato di n. 9 rate mensili scadute dal 30/9/2012 al 31/5/2013, in data 27/11/2013 la Banca…….. con lettera raccomandata A/R risolse il contratto di mutuo ai sensi dell’art. 3 (essendosi verificate di fatto entrambe le condizioni previste dalla citata clausola), notificando il precetto solo successivamente il 24/3/2014. Pertanto, l’interruzione del rapporto viene a collocarsi nell’ambito del periodo di operatività del tasso fisso dello specifico finanziamento.
Se è pur vero, come sostenuto dalle parti reclamate, che, alla stregua delle previsioni della comunicazione della Banca d’Italia n. 40441 del 29/8/2009 (“Istruzioni per la rilevazione dei tassi effettivi globali medi ai sensi della legge sull’usura”), i mutui che prevedono contrattualmente un periodo in cui la rata corrisposta dal cliente è calcolata in base ad un tasso fisso (per un periodo inferiore a tre anni, come nella fattispecie) e un periodo nel quale la rata è determinata utilizzando un tasso variabile (cd. mutui a tasso fisso) sono segnalati tra i mutui a tasso variabile; è, tuttavia, altrettanto vero che le variabili da porre in comparazione tra di loro devono essere di natura omogenea.
Non appare, pertanto, convincente l’opzione interpretativa prospettata dalle odierne reclamate della ritenuta usurarietà dei tassi di interesse corrispettivi stabiliti in contratto nella misura fissa del 4,90% nominale annuo fino al 31/12/2013 poiché è dubbio che possano – per i diversi periodi considerati – essere confrontati con il solo tasso soglia usura variabile (pari al 4,02%) come rilevato dal decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze nel periodo compreso tra il 1°luglio e il 30 settembre 2011 e destinato a trovare applicazione alle operazioni poste in essere dal 1° gennaio fino al 31 marzo 2011.
Preliminarmente, non è superfluo ricordare come l’art. 1, co. 1 del d.l. n. 394/00 convertito poi nella legge n. 24/2001, di interpretazione autentica dell’art. 644 c.p., abbia specificato che “ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.
Secondo le pattuizioni contrattuali, dunque, il tasso di interesse corrispettivo pari al 4,90% risulta contenuto entro il tasso soglia usura fissato al 6,28%, per operazioni di mutuo a tasso fisso. Quanto al tasso variabile, esso è stabilito all’epoca della stipulazione (non potendo attribuirsi rilievo alle successive variazioni dell’indice Euribor), in misura pari al tasso nominale annuo Euribor a tre mesi arrotondato, per eccesso, di cinque centesimi in cinque centesimi del secondo decimale (dunque, corrispondente all’1,50%), aumentato di 2,80 punti in ragione d’anno. Esso, quindi, ammonta, seppure in forza di una valutazione sommaria, neppure adeguatamente sorretta allo stato da adeguati riscontri contabili, complessivamente al 4,30%, dovendosi considerare superiore al tasso soglia usura trimestralmente rilevato per i mutui a tasso variabile con riguardo al periodo tra il 1° gennaio e il 31 marzo 2011 (pari al 4,02%).
Con riferimento alla clausola relativa agli interessi di mora, la previsione di un aumento nella misura nominale annua di tre punti percentuali in più rispetto al tasso contrattualmente determinato (in ordine agli interessi corrispettivi) comporta – a fortiori per il tasso variabile – il superamento dei limiti del tasso soglia usura come individuato dalla tabella della Banca d’Italia prodotta in atti dalla stessa reclamante (cfr. doc. 13 fasc. Banca………).
D’altronde, la circostanza che anche gli interessi moratori debbano soggiacere alla valutazione di usurarietà è questione esaminata, in tempi recenti, dal Collegio e risolta in termini positivi – quantomeno in sede di delibazione sommaria dell’istanze di sospensione dei titoli esecutivi e delle procedure esecutive (cfr., da ultimo, Trib. di Bari, 5/7/2016 e Trib. Bari 1/12/2014, con richiamo ad analoghe decisioni della giurisprudenza di merito, tra cui Trib. Torino, sez. I, 14/5/2015 e 10/6/2014; Trib. di Benevento, ordinanza 43 del 30/12/2015, a mente della quale “l’interesse moratorio, al pari di tutte le altre voci di costo, viene in considerazione ai fini della valutazione dell’usurarietà del prestito già al momento della conclusione del contratto”; ed ancora, Trib. di Milano, VI, sez. civile, n. 5279 del 28/4/2016, secondo cui “(…) il controllo dell’usurarietà degli interessi debba operare non solo con riferimento agli interessi corrispettivi, ma anche per quelli moratori. In sostanza, quindi, entrambe le tipologie di interessi potenzialmente potrebbero risultare usurarie, ma ciò dovrà essere valutato singolarmente per ciascuna categoria di essi, dal momento che, nel caso di inadempimento del debitore e conseguente decorrenza degli interessi moratori, questi si sostituiscono e non si aggiungono agli interessi corrispettivi”; nonché della giurisprudenza di legittimità che ha, in proposito, precisato che, ai fini della determinazione del tasso usurario, il raffronto col tasso soglia va fatto riguardo agli interessi promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo anche di interessi moratori: si veda Cass. nn. 602 e 603 del 2013 e Cass. n. 350/2013; si noti che l’orientamento della Suprema Corte, per cui gli interessi moratori sono comunque assoggettati alla normativa antiusura, è costante, si vedano infatti le meno recenti Cass. n. 5286/2000; Cass. n. 14899/2000; Cass. n. 5324/2003; v. anche Corte Cost., n. 29/2002, secondo cui è “plausibile l’assunto” che gli interessi di mora siano assoggettati alla normativa antiusura).
L’indirizzo interpretativo è stato disatteso da altra parte della giurisprudenza di merito che, oltre a valorizzare la diversità di funzioni tra interessi corrispettivi ed interessi di mora (i primi aventi una funzione di remunerazione del capitale prestato, i secondi una funzione sanzionatoria dell’inadempimento), ha attribuito peculiare rilievo anche alle istruzioni offerte dalla Banca d’Italia nella comunicazione sopra citata del 29/8/2009, le quali, tenuto conto di quanto previsto alla lettera C4 (“trattamento degli oneri e delle spese nel calcolo del TEG”), ribadiscono – conformemente al dato letterale dell’art. 644 c.p. – che “il calcolo del tasso deve tener conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito e sostenute dal cliente, di cui il soggetto finanziatore è a conoscenza, anche tenuto conto della normativa in materia di trasparenza”. Nell’offrire un’esemplificazione di dette voci di costo “collegate all’erogazione del credito”, la comunicazione include, per quel che di più frequente applicazione in tema di mutui, le spese di istruttoria e di revisione del finanziamento, di chiusura della pratica, le spese per assicurazioni o garanzie intese ad assicurare il rimborso totale o parziale del credito ovvero a tutelare altrimenti i diritti del creditore (ad es. polizze per furto e incendio sui beni concessi in leasing o in ipoteca) a patto che la conclusione del contratto avente ad oggetto il servizio assicurativo sia contestuale alla concessione del finanziamento ovvero obbligatoria per ottenere il credito, con l’espressa esclusione delle imposte e delle tasse, nonché degli interessi di mora e degli oneri assimilabili contrattualmente previsti per il caso di inadempimento di un obbligo, al pari delle penali a carico del cliente in caso di estinzione anticipata del rapporto, da considerarsi di natura meramente eventuale e non assimilabili alle spese di chiusura della pratica.
Invero, detta ultima previsione è in parte contrastata dalla contemporanea inclusione nel calcolo del teg di “ogni altra spesa ed onere contrattualmente previsti, connessi con l’operazione di finanziamento” (cfr. lett. C4 punto 8) con impiego di una formula testuale più ampia rispetto al collegamento “con l’erogazione del credito” e potenzialmente idonea a ricomprendere anche gli oneri economici eventuali.
Ad ogni modo, si intende ribadire in questa sede quanto già affermato con l’ordinanza di questo Ufficio resa il 4/7/2016 che, pur ispirata dal fumus della cautela tipica della decisione in merito alla sospensione del titolo ex art. 615, co. I, c.p.c., evidenzia, che pur non potendosi ricomprendere la mora nell’ambito fisiologico dell’operazione di finanziamento e avendo la stessa un carattere eventuale, non va trascurato come sia la stessa legge n. 108/96 ad assicurare “una copertura completa dall’usura, estesa a tutti i costi dell’operazione di credito: dai costi immediati a quelli procrastinati, da quelli ricorrenti a quelli occasionali”. Si aggiunge, ancora, nella menzionata pronuncia che “la mancata considerazione del tasso degli interessi moratori tra gli elementi da considerare ai fini della determinazione del TEGM si spiega in considerazione del fatto che tener conto di tale misura, anziché solo di quella degli interessi corrispettivi, innalzerebbe sensibilmente il livello del TEGM e quindi il c.d. tasso soglia, rendendo più rara l’eventualità che il cliente possa invocare l’usurarietà, quanto meno con riferimento all’ipotesi di uno sviluppo fisiologico del rapporto nel corso del quale siano venuti in rilievo i meri interessi corrispettivi (…)”. Del resto, “il fatto che il c.d. tasso soglia sia fissato in una misura sensibilmente superiore a quella del TEGM (il 50% in più, secondo la previsione originaria; il 25% in più, con un ulteriore margine aggiuntivo di 4 punti percentuali, secondo la previsione attuale) serve proprio a tener conto di variabili inerenti al singolo rapporto, variabili tra le quali ben potrebbe rientrare anche l’inadempimento e la connessa applicazione degli interessi moratori convenzionalmente pattuiti”.
Oltretutto, anche altri giudici di merito, pur non contestando la validità astratta del principio in base al quale anche gli interessi di mora siano suscettibili di essere etichettati come usurari, ne reputano difficoltoso l’accertamento in concreto proprio perché il TEGM, e conseguentemente il tasso soglia che dal primo dipende, è determinato in forza di rilevazioni statistiche condotte esclusivamente con riferimento agli interessi corrispettivi, “verosimilmente alla luce della maggiore omogeneità delle condizioni concordate sul mercato con riferimento a tali interessi e dell’eterogeneità delle variabili che possono comportare l’applicazione degli interessi di mora, non strettamente e necessariamente collegati alla erogazione tout court del denaro” (cfr. Trib. di Milano, VI sez. civile, n. 5279 del 28/4/2016).
Anche l’indirizzo che esclude dal computo del teg la penale per l’estinzione anticipata del mutuo sottolinea come “essa non riguardi un effetto che consegue in modo necessitato alla stipulazione del contratto di finanziamento, ma un effetto che si può verificare solamente in caso di eventi che esulano dalla regolare esecuzione del contratto medesimo” (cfr. Trib. di Trento, n. 51/2016 del 15/1/2016). Invero, se da un lato, occorrerebbe operare un distinguo tra l’ipotesi della penale collegata all’inadempimento della parte beneficiaria del prestito e il compenso, in favore della banca, previsto per l’esercizio legittimo della facoltà di recesso anticipato dal rapporto, dall’altro, va ribadito che, in sede cautelare, non può non tenersi conto – specie in presenza di un dibattito interpretativo di segno diverso nella giurisprudenza di merito – che l’esigenza di contenere in misura completa il rischio da usura possa conciliarsi a mezzo dell’inclusione, allo stato, nella valutazione comparativa di osservanza del tasso soglia, dei costi comunque connessi all’operazione di finanziamento, immediati e procrastinati, tra cui la commissione per l’estinzione anticipata.
Nella fattispecie, inoltre, neppure la presenza della clausola di salvaguardia all’interno del contratto di mutuo del …… impedisce che il meccanismo di calcolo degli interessi possa comportare, anche solo in astratto, il superamento del tasso soglia. Infatti, detta clausola prevede la limitazione del solo tasso di mora al tasso soglia, diversamente da altre, più ampie, che portano al tasso soglia l’intera previsione degli oneri contrattuali, garantendo la liceità dell’intero negozio (si v. art. 3 lett. f; in senso analogo, Trib. di Benevento n. 43/2016). La menzionata clausola nel contratto in esame va solo a ridurre, entro i limiti della legalità, uno dei tassi semplici indicati in contratto (per l’appunto quello di mora); sennonché, il giudizio di usurarietà, ispirato ad una interpretazione ampia e più garantista della riforma operata dalla l. 108/1996, va elaborato determinando il tasso effettivo globale annuo concretamente pattuito nella previsione complessiva degli oneri posti a carico del debitore.
È evidente che, nel caso concreto, la separata previsione di una commissione del 2% sull’importo da rimborsare alla data dell’esercizio del recesso preclude la liceità della pattuizione di interessi di mora ultra soglia in forza della clausola di salvaguardia prevista esclusivamente in relazione ad essi. Non sfugge, inoltre, come nella valutazione di usurarietà dovrebbero, nella specie, essere considerati anche i costi connessi all’assicurazione da stipularsi in modo obbligatorio (“si obbliga”) anche nell’interesse dell’ente mutuante (cfr. art. 3 lett. h): voci di costo anche questi esclusi dall’ambito oggettivo della specifica clausola di salvaguardia.
Dal superamento del tasso soglia, discende, ai sensi dell’art. 1815 co. 2 c.c., non solo la nullità della clausola con la quale sono stati convenuti gli interessi, espressamente comminata, ma anche la sanzione civile della gratuità del contratto, non essendo dovuti interessi tout court. Tale soluzione, che si contrappone a quella, pure sostenuta nella giurisprudenza di merito, per cui la nullità della pattuizione degli interessi di mora non coinvolge la clausola degli interessi corrispettivi, sicché questi ultimi sono dovuti perché pattuiti in misura inferiore al tasso usurario, si giustifica per il fatto che il legislatore con la riforma intervenuta con la legge n. 108/1996 ha intesto prevedere quale sanzione a carico del mutuante la non debenza degli interessi in aggiunta alla nullità della clausola usuraria (a prescindere dal fatto che questa riguardi i soli interessi moratori ovvero quelli corrispettivi). D’altronde, il comma secondo dell’art. 1815 c.c. prevedeva che nel caso fossero stati convenuti interessi usurari “la clausola è nulla e gli interessi sono dovuti nella misura legale”, sicché l’intenzione del legislatore di inasprire la conseguenza della usurarietà degli interessi, passando cioè dalla debenza degli interessi legali a quella della non debenza di interessi, verrebbe tradita seguendo la suddetta tesi poiché mentre prima della riforma erano dovuti gli interessi legali oggi sarebbero dovuti gli interessi corrispettivi, di norma maggiori rispetto ai primi. Peraltro, trattasi di soluzione che si impone in sede di giudizio di natura sommaria cautelare.
Venendo alle verifiche concrete in merito alla sussistenza in capo all’istituto di credito del diritto a procedere in executivis, deve constatarsi come, sulla scorta delle risultanze dei piani di ammortamento in atti (cfr. doc. 5 fasc. reclamante), alla data del 27/11/2013 – che la stessa Banca……. indica come momento da cui far decorrere l’effetto risolutivo del negozio (conformemente alla previsione di cui all’art. 3 lett. f) discendente dall’invio della raccomandata a/r – a fronte di un importo già versato a titolo di rate pari ad €136.481,25 (come, peraltro, pacificamente riconosciuto dalle parti in causa), risultava ancora dovuto dalle parti mutuatarie, a titolo di mera sorte capitale, un ammontare che complessivamente può, con la sommarietà propria della presente fase, stimarsi in €124.405,21 (importo così quantificato per sommatoria delle sole rate dovute per capitale dal 30/4/2011 al 31/10/2013).
In conclusione, condividendosi sul punto le osservazioni del giudice di prime cure e salvo migliori approfondimenti di natura contabile da riservare alla più opportuna sede di merito, si apprezzano gravi motivi per ritenere che, alla data in cui l’opposta ha dichiarato di avvalersi della clausola risolutiva, non sussistessero le condizioni per la legittima intimazione di decadenza dal beneficio dal termine e, dunque, per ravvisare in capo all’istituto di credito il diritto a procedere in executivis.
Il reclamo va, dunque, rigettato.
III. – In considerazione della novità delle principali questioni giuridiche controverse, accentuata dall’esistenza di notevoli contrasti nella giurisprudenza di merito, le spese processuali del presente gravame possono essere interamente compensate.
IV. – Deve, inoltre, darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della reclamante di un importo a titolo di contributo unificato pari a quello già versato. L’art. 1, co. 17, l. 24 dicembre 2012 n.228 (cd. legge di stabilità), nell’introdurre in seno all’art. 13 del d.P.R. 30 maggio 2002 n.115 il nuovo co. 1-quater, ha infatti previsto che: “quando l’impugnazione, anche incidentale, è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma del comma 1-bis”.
L’articolo in esame, riferendosi in termini ampi alle «impugnazioni», non può non trovare applicazione anche ai reclami cautelari. Del resto, proprio ai fini della disciplina del Contributo Unificato, tali mezzi sono considerati strumenti di impugnazione (v. Circ. Min. 31 luglio 2002, n. 5).
In queste ipotesi, continua la norma del co. 1-quater cit., “il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”.
Quanto al regime temporale della novella, le nuove disposizioni «si applicano ai procedimenti iniziati dal trentesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della legge» (art. 1, co. 18, l. n.228/2012). Ne consegue che, stante la pubblicazione sulla G.U. 29 dicembre 2012 n. 302 e l’entrata in vigore alla data del 1° gennaio 2013, l’art. 13 comma 1-quater d.P.R. n.115/2002, è norma cogente per i procedimenti, come quello di reclamo in oggetto, iniziati successivamente al 31 gennaio 2013.

p.q.m.

il Tribunale, pronunciando sul ricorso in epigrafe, così provvede:

1) RIGETTA il reclamo e, per l’effetto, CONFERMA il provvedimento impugnato, adottato dal Tribunale di Bari in data 14/12/2015 che ha sospeso l’efficacia esecutiva del contratto di mutuo fondiario del 14/3/2011 e del precetto notificato il 24/3/2014 ad istanza della Banca………;
2) spese interamente compensate;
3) DÀ ATTO dell’obbligo, a carico della reclamante, di versare un ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello per il reclamo, a norma dell’art. 13, co. 1-quater, d.P.R. n. 115/2002.
Si comunichi.
Così deciso in Bari, nella Camera di consiglio della seconda sezione civile, addì 22/7/2016

Il Giudice est. Il Presidente

Valentina D’Aprile Raffaella Simone

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