SULL’ECCEZIONE DI DECADENZA DALL’AZIONE DI RIPETIZIONE DI INDEBITO PER MANCATA CONTESTAZIONE DEGLI ESTRATTI CONTO E SULLA PRETESA OPERATIVITA’ DELL’ART. 2034 C.C..

Quasi tutti gli istituti di credito nei propri scritti difensivi si ostinano ad eccepire la pretesa decadenza dei correntisti dall’azione di ripetizione di indebito per mancata contestazione degli estratti di c/c.
In realtà, detta eccezione risulta totalmente infondata, alla luce delle argomentazioni che seguono, confortate dal costante orientamento giurisprudenziale in materia.
Costituisce principio pacifico in giurisprudenza che la ricezione degli estratti conto non fa decadere il cliente dal diritto di contestare le nullità che viziano il rapporto bancario.
In proposito, si rileva che la Suprema Corte ha più volte chiarito che non è mai precluso al correntista contestare gli errori di contabilizzazione anche in caso di mancata impugnazione dell’estratto conto bancario.
In base alla corretta esegesi del combinato disposto degli artt. 1857 e 1832 c.c., infatti, espressa in un orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, l’approvazione tacita o espressa, del conto non comporta la decadenza da eventuali eccezioni relative alla validità in senso lato o all’efficacia di singoli negozi o fatti giuridici che costituiscono titolo dell’annotazione.
Il tutto, ove si consideri che l’incontestabilità delle risultanze del conto, derivante dalla mancata impugnazione, si riferisce ai rispettivi accrediti ed addebiti considerati nella loro realtà effettuale e non alla validità ed efficacia dei rapporti obbligatori da cui essi derivano.
Nel rapporto di conto corrente bancario il termine di decadenza di sei mesi per l’impugnazione dell’estratto conto trasmesso al cliente, fissato dall’art. 1832, 2° co. c.c., ove non esercitato, non preclude la possibilità di contestare il debito da esso risultante, che sia fondato su negozio nullo, annullabile inefficace o, comunque su situazione illecita.
Cfr., ex multis, Cass. Civ. n. 10186/01; Cass. Civ. n. 18626/03; Cass. Civ. n. 76625/05; Cass. Civ. n. 11749/06; Cass. Civ. n. 12372/06; Cass. Civ. n. 6514/07; Cass. Civ. n. 4846/98; Cass. Civ. n. 8989/97; Cass. Civ. n. 1978/96; Cass. Civ. n. 6736/95 e Cass. Civ. b. 4140/95.
In argomento, v., pure, Cass. Civ., 29.07.2009, n. 17679, la cui massima recita testualmente: “La mancata contestazione degli estratti conto inviati al cliente dalla banca, oggetto di tacita approvazione in difetto di contestazione ai sensi dell’art. 1832 c.c., non vale a superare la nullità della clausola relativa agli interessi ultralegali, perché l’unilaterale comunicazione del tasso d’interesse non può supplire al difetto originario di valido accordo scritto in deroga alle condizioni di legge, richiesto dall’art. 1284 c.c.”.
Si consideri, infatti, che la mancata contestazione dell’estratto conto con la connessa implicita approvazione di tutte le operazioni bancarie regolate nel conto stesso, attesa la natura sostanzialmente confessoria delle annotazioni in esso riportate, non comporta l’inammissibilità di censure attinenti alla validità e l’efficacia dei rapporti obbligatori da cui scaturiscono le partite inserite nel conto.
Per quanto attiene, poi, l’asserita pretesa assoggettabilità della fattispecie in esame alle prescrizioni di cui all’art. 2034 c.c. in tema di obbligazioni naturali, si osserva che, come ben noto, il pagamento di interessi anatocistici non può essere considerato quale adempimento di un’obbligazione naturale, ripetibile ai sensi dell’articolo 2034 c.c., in quanto il relativo addebito in conto corrente veniva imposto ai clienti dall’intero sistema bancario, in conformità alle direttive impartite dall’associazione di categoria e senza possibilità di una negoziazione individuale.
Sul punto, cfr., la recente Corte d’Appello Milano, sentenza 20.02.2013.
In ogni caso, dottrina e giurisprudenza concordano nell’escludere decisamente che nell’ipotesi di addebito degli interressi ultralegali, non pattuiti per atto scritto, a norma dell’ art. 1284 c.c., sul conto corrente bancario si possa ipotizzare l’adempimento da parte del cliente di un’ obbligazione naturale, atteso che nella fattispecie in esame, difettano totalmente la volontà di pagamento, la spontaneità, nonché il dovere morale o sociale, richiesti dall’ art. 2034 c.c..
Sul punto, cfr., pure, Trib. Lecce, sentenza 29.11.2005.

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SULLA NULLITA’ DEL SISTEMA DI DETERMINAZIONE DELLE VALUTE NEI RAPPORTI DI C/C BANCARIO

Nell’ambito del contenzioso bancario, le risultanze peritali d’ufficio e/o di parte evidenziano frequentemente che ad onerare ulteriormente la posizione del correntista a vantaggio della banca, contribuisce in modo rilevante il c.d. “gioco delle valute”.
La valuta di un’operazione registrata in conto corrente è il giorno a partire dal quale la somma corrispondente diventa fruttifera e determina interessi passivi e attivi; detta valuta coincide normalmente con la scadenza dell’operazione.
L’utilizzo della valuta bancaria, solo ed esclusivamente a carico del correntista, costituisce un aggravio ingiustificato, in quanto fa decorrere gli interessi passivi non dall’effettivo pagamento del titolo, bensì, dalla data di emissione, con palese violazione di legge.
Tale prassi bancaria si traduce, pertanto, non solo in una disposizione vessatoria, ma anche in un ulteriore costo che il correntista non può determinare al momento della stipula del contratto, traducendosi quindi in una clausola nulla per indeterminatezza dell’oggetto ex art. 1346 c.c..
Occorre distinguere, poi, la valuta effettiva dalla valuta fittizia.
Il primo caso è quello in cui il giorno a partire dal quale la somma corrispondente diventa fruttifera coincide effettivamente con quello in cui la banca acquista o perde la disponibilità giuridica delle somme versate o prelevate.
La valuta fittizia, invece, è quella adottata dalla banca e che risulta dall’aggiunta o dalla sottrazione di un certo numero di giorni, dei c.d. giorni banca, alla valuta effettiva.
In altri termini, con detto ultimo sistema, non vi è coincidenza fra decorrenza della valuta e la data dell’operazione: ad esempio la valuta a carico di chi emette un assegno bancario decorre dalla data di emissione e non da quello dell’effettivo pagamento che può essere di diversi giorni successivi e dall’altro, la valuta a favore di chi incassa l’assegno non coincide con il momento dell’incasso, ma con il giorno dell’effettivo accreditamento.
Con tale prassi, le banche non hanno fatto altro che lucrare ulteriori interessi fittizi, a discapito del cliente che se da un lato vede moltiplicarsi i giorni banca a suo sfavore nei conti attivi per la banca, li vede diminuire in quelli attivi a suo favore.
In buona sostanza, la banca nega interessi attivi (sottraendo giorni al cliente) e aumenta quelli passivi (aumentando i giorni di esposizione a proprio guadagno).
Mentre gli addebiti sono contabilizzati con decorrenza reale o addirittura antecedente, gli accrediti richiedono una postergazione che può giungere anche fino a quindici giorni rispetto alla data della operazione.
In proposito, si evidenzia come l’obbligo della forma scritta imposto dall’art. 1284 c.c. si estende anche alle pattuizioni relative alla decorrenza della valuta (relative cioè alla data a partire dalla quale vengono imputati gli interessi a debito e a credito sul conto del cliente), poiché dette pattuizioni si risolverebbero in una modifica del saggio di interesse applicato sui saldi attivi e passivi.
Il difetto di espressa pattuizione di detti ulteriori interessi ultralegali, pertanto, comporta l’assorbimento degli stessi nel calcolo di tutti gli interessi ultralegali c.d. principali non specificamente convenuti.
Ne consegue l’inammissibilità della determinazione della valuta operata dalla banca, in difetto di espressa pattuizione scritta, anche ai sensi dell’art. 1341 c.c..
Il c.d. “gioco delle valute” si traduce anch’esso, di fatto, in un ulteriore addebito di interessi ultralegali non pattuiti, integrante la violazione degli artt 1283 e 1284 c.c..
Di regola, perché si abbia un computo in valuta effettiva dovrà tenersi conto che, se per i prelevamenti la valuta dovrà coincidere con il giorno del pagamento dell’assegno, cioè del giorno in cui la banca perde effettivamente la disponibilità del denaro, per quanto riguarda i versamenti si dovrà, invece, riportare la valuta corrispondente al giorno in cui la banca acquista effettivamente la disponibilità del denaro.
Ne consegue che,in relazione a pattuizioni non aventi i necessari requisiti di Legge, anche gli interessi lucrati in tal modo dalla banca dovranno essere ricalcolati, con rettifica dell’antergazione e/o postergazione dei c.d. “giorni di valuta” operata dall’istituto di credito.
In ogni caso, chi scrive ritiene doveroso ribadire che, ai fini di ogni più idonea e puntuale eccezione in tal senso, risulta indispensabile conseguire una perizia di parte in cui vengano evidenziati anche, operazione per operazione, i singoli giorni valuta fittizi che la banca ha applicato.

SULLA DECORRENZA DEL TERMINE PRESCRIZIONALE DELL’AZIONE DI RIPETIZIONE DI INDEBITO – PRESCRIZIONE DELLE RIMESSE C.D. “SOLUTORIE” ALLA LUCE DELLA PIU’ RECENTE GIURISPRUDENZA DI LEGITTIMITA’ E DI MERITO

Costituisce ormai principio pacifico nella giurisprudenza di legittimità e di merito che il momento iniziale del termine prescrizionale per il reclamo delle somme indebitamente pretese e trattenute dalla banca a titolo di interessi ed oneri decorre dalla definitiva chiusura del rapporto ed è decennale.
In tema, cfr., Cass. SS.UU. n. 24418/2010, Cass. n. 43892/99, Cass. n. 3783/98, Cass. n. 5720/04.
Ne consegue, pertanto, che la domanda giudiziale per ripetizione di indebito afferente gli interessi pretesi e percepiti illegittimammente dalla banca va proposta entro dieci anni dall’estinzione del rapporto.
Per quanto attiene la prescrizione estintiva delle c.d. rimesse “solutorie”, oggetto di eccezione degli istituti di credito, alla luce della ben nota sentenza a SS.UU. della Cassazione del 2010, si rileva quanto segue.
Sovente, le banche nelle comparse di costituzione e risposta si limitano a formulare l’eccezione di prescrizione delle rimesse solutorie in termini assolutamente astratti, generici ed indeterminati, nell’assoluto difetto di specifica ed analitica allegazione delle stesse.
In proposito, si è espresso il Tribunale Taranto, 2a Sez., con ordinanza 07.10.2013, secondo cui è onere della banca, convenuta dal correntista con l’azione di ripetizione, individuare i fatti costitutivi dell’eccezione di prescrizione delle rimesse solutorie immediatamente nella comparsa di costituzione e risposta, così come previsto dal combinato disposto ex art. 2697, co. 2, c.c. ed art. 167 c.p.c..
Ne consegue, pertanto, che l’istituto di credito deve individuare, sin da subito nel proprio primo atto difensivo, cioè la comparsa di costituzione e risposta, quindi a pena di decadenza, le rimesse aventi natura solutoria, non potendo neppure avvalersi, in corso di causa, dell’ausilio di una consulenza tecnica d’ufficio cui delegare il relativo accertamento.
Secondo la migliore giurisprudenza in materia, consolidatasi a seguito della richiamata pronuncia a SS.UU. della Cassazione, al fine di eccepire l’intervenuta prescrizione di un’azione di ripetizione dell’indebito relativa a un rapporto di conto corrente, l’istituto bancario ha l’onere di fornire elementi probatori diretti a dimostrare che i relativi versamenti siano da considerare solutori, circostanza che fa decorrere la prescrizione del diritto dal momento in cui essi sono effettuati.
Il difetto di specifica allegazione da parte della banca di tutte le partite solutorie asseritamente prescritte, inficia radicalmente la relativa eccezione che deve intendersi, pertanto, non idoneamente proposta.
La banca è tenuta ad allegare, a sostegno della proposta eccezione di prescrizione, oltre che il decorso del tempo, anche l’ulteriore circostanza concernente il limite dell’affidamento. Invero, essa costituisce il fondamento del fatto estintivo (la prescrizione) della pretesa avanzata dall’attore, in quanto, come visto, solo per le operazioni extra fido può configurasi un’attività solutoria e quindi far coincidere l’inizio della prescrizione con la data del versamento.
In quanto tale è, dunque, compito della parte convenuta allegare e comprovare l’intervenuta prescrizione, con l’ulteriore conseguenza che, in mancanza, ex art. 2697 c.c., l’omessa prova o, comunque, il dubbio residuante all’esito della compiuta istruttoria non può che ricadere a carico di parte eccipiente.
La possibilità per la parte di sollevare l’eccezione implica che ad essa sia fatto onere di allegare l’elemento costitutivo e di manifestare la volontà di profittare di quell’effetto: in particolare, in caso di pluralità di atti esecutivi (come sono i differenti i vari versamenti extrafido effettuati dal correntista nel corso del rapporto di apercredito con scoperto in conto corrente) è necessario che l’elemento costitutivo sia specificato, dovendo il convenuto precisare il momento iniziale dell’inerzia in relazione a ciascun versamento effettuato extrafido.
Sul punto, per tutte, cfr., la recente Tribunale Pescara, sentenza 24.06.2013.
In argomento, si segnala anche Tribunale Novara, sentenza 01.10.2012, secondo la cui massima: “E’ onere della banca, che eccepisce l’intervenuta prescrizione dell’azione di ripetizione di indebiti versamenti in conto, dimostrare che tali versamenti siano intervenuti extrafido.”.
In ogni caso, è principio pacifico in giurisprudenza che l’eccezione di prescrizione dell’azione volta ad ottenere la restituzione di somme indebitamente pagate dal cliente alla banca a titolo di interessi anatocistici deve essere formulata in forma specifica, precisando il momento iniziale dell’inerzia del correntista in relazione a ciascun versamento con funzione solutoria.
In argomento, cfr., Corte d’Appello Milano, sentenza 20.02.2013.
Sul punto, v., anche Tribunale Prato, sentenza 01.03.2013, n. 313, secondo la cui massima: “Il termine di prescrizione dell’azione di ripetizione dell’indebito relativo a rimesse extrafido (e dunque di natura solutoria) è decennale e decorre dal momento in cui si sono verificati i pagamenti. È onere della banca, che eccepisce l’intervenuta prescrizione di detta azione di ripetizione, dimostrare il carattere solutorio (e non meramente ripristinatorio) dei versamenti eseguiti dal correntista.”.
Risulta, pertanto, preciso onere dell’istituto di credito quello di allegare ed indicare i pagamenti aventi finalità solutoria, onere che, alla luce delle frequenti generiche ed indeterminate eccezioni sul punto, in difetto di specifica allegazione di tutti i pagamenti caratterizzati da natura solutoria, non può ritenersi assolto.
In argomento, cfr., Tribunale Aosta, 02.03.2012, n. 96.
In proposito, la Corte d’Appello di Lecce ha lucidamente statuito che: “Deve per completezza aggiungersi che risultano infondate le reiterate eccezioni di prescrizione quinquennale ex art. 2948 n. 4 e di decadenza per mancata tempestiva impugnativa degli estratti conto, la prima in quanto genericamente formulata, non avendo la banca prodotto gli estratti conto ed incombendo su colui che eccepisce la prescrizione del credito l’onere di allegare e provare il fatto che, permettendo l’esercizio del diritto, determina l’inizio della decorrenza del termine ai sensi dell’art. 2935 cod. civ., restando peraltro escluso che il giudice possa accogliere l’eccezione sulla base di un fatto diverso, conosciuto attraverso un documento prodotto ad altri fini da diversa parte in causa…”.
Così, Corte d’Appello Lecce, Sez. Dist. Taranto, 23.01.2012, n. 39.
V., pure, Tribunale Napoli, 06.02.2012, n. 1467, secondo cui… “… né risulta – ed in tal senso la banca che ha proposto l’eccezione in esame nulla ha specificamente dedotto e provato sul punto – che la società correntista abbia effettuato dei versamenti aventi connotati tali – nei termini di cui sopra – da poter essere considerati alla stregua di pagamenti e, quindi, da costituire oggetto di ripetizione…”.
Ne consegue, pertanto, che è onere della banca eccepire l’intervenuta prescrizione non in forma generica, come spesso accade, ma specificatamente, cioè indicando che la prescrizione debba colpire le operazioni di versamento che non hanno funzione ripristinatoria della provvista, precisando il momento iniziale dell’inerzia del correntista in relazione a ciascun versamento extrafido con funzione solutoria (non tutti i versamenti extrafido possono avere funzione solutoria).
Di contro, è compito del giudice accertare quale sia il tipo e la durata della prescrizione stessa e se essa sia decorsa, non potendosi sostituire alla difesa della convenuta, specificandone l’elemento costitutivo e demandando detta individuazione al consulente tecnico d’ufficio.
L’eccezione di prescrizione, in quanto eccezione senso stretto, deve fondarsi su fatti allegati dalla banca, quand’anche suscettibili di diversa qualificazione da parte del giudice.
Se nulla la banca ha specificatamente osservato circa la natura solutoria dei versamenti effettuati dal correntista durante il rapporto, nè ha individuato o allegato detti versamenti e gli effetti che hanno avuto nel saldo finale, allora la genericità dell’eccezione non rende comprensibile ed individuabile l’eccezione stessa che non può che essere dichiarata inammissibile.
Definitivo suggello a detto orientamento giurisprudenziale di merito è stato posto da una recentissima sentenza della Cassazione, secondo cui: I versamenti eseguiti sul conto corrente in costanza di rapporto hanno normalmente funzione ripristinatoria della provvista e non determinano uno spostamento patrimoniale dal solvens all’accipiens e, poiché tale funzione corrisponde allo schema causale tipico del contratto, una diversa finalizzazione dei singoli versamenti, o di alcuni di essi, deve essere in concreto provata da parte di chi intende far percorrere la prescrizione dalle singole annotazioni delle poste illegittimamente addebitate.
In argomento, cfr., la recentissima, Cass. 1a Sez. Civ., 26.02.2014, n. 4518.

I DECRETI INGIUNTIVI DELLE BANCHE VANNO OPPOSTI!

Avviene sempre più spesso che malcapitati correntisti si vedano notificare un’ingiunzione di pagamento da parte della banca, magari già provvisoriamente esecutiva, in relazione ad un’esposizione debitoria riveniente da scoperto di c/c.
In questi casi, non bisogna assolutamente farsi prendere dal panico, ma sottoporre la questione alla prudente ed attenta valutazione di un legale.
La prima valutazione da operare riguarda la legittimità del preteso credito azionato dall’istituto di credito e soprattutto in base a quale documentazione contabile è stato chiesto ed ottenuto il decreto ingiuntivo.
Detta valutazione non può prescindere dalla verifica del contratto di c/c e dei relativi estratti conto prodotti dalla banca per l’ottenimento del decreto ingiuntivo.
In proposito, occorre evidenziare che i soli estratti di c/c, per quanto muniti della certificazione rilasciata ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 50 TUB costituiscono prova documentale adeguata, unicamente ai fini del conseguimento dell’ingiunzione di pagamento, ma, da soli, non risultano sufficienti a comprovare la fondatezza del credito della banca in un giudizio di opposizione.
Nell’ambito del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, infatti, gli estratti di c/c risultano sprovvisti del benché minimo valore probatorio circa il rapporto sostanziale ad essi sotteso, poichè la certificazione resa ai sensi dell’art. 50 TUB da parte del dirigente della banca costituisce semplicemente un’attestazione di regolarità della tenuta contabile
In proposito, la giurisprudenza maggioritaria della Cassazione e di merito ritiene che la banca che ha ottenuto il decreto ingiuntivo per il pagamento del saldo debitore derivato dagli estratti conto, in fase di opposizione all’ingiunzione di pagamento, è gravata dall’onere di produrre in giudizio prove dei fatti costitutivi fondanti la pretesa creditoria.
La banca, quindi, ha l’onere di dimostrare la esistenza e la consistenza del preteso credito, mediante la produzione del titolo genetico, ovvero del contratto posto a base della domanda, nonché delle scritture contabili di riferimento, vale a dire degli estratti conto relativi alla intera durata del rapporto, dall’apertura alla estinzione del conto, atteso che soltanto attraverso una compiuta e integrale valutazione continuativa dei singoli saldi trimestrali può pervenirsi all’accertamento dell’ipotetico saldo debitore finale.

NECESSITA’ DELLA PRODUZIONE DA PARTE DELLA BANCA NEL GIUDIZIO DI OPPOSIZIONE AL DECRETO INGIUNTIVO DEL CONTRATTO DI C/C

La produzione del contratto è necessaria sia per accertare se siano stati rispettati i requisiti, di forma e di sostanza, stabiliti dall’art. 117 T.U.B., il quale prevede che i contratti bancari devono essere redatti in forma scritta e che in caso di inosservanza della forma prescritta il contratto è nullo; sia per verificare la data di stipulazione, anche al fine di individuare la disciplina legislativa applicabile al caso concreto; sia per accertare e valutare le condizioni del rapporto bancario (tassi di interesse attivi e passivi, anatocismo, spese, valute, c.m.s.); sia per verificare l’ammontare della somma capitale eventualmente affidata al correntista.
A tale riguardo la giurisprudenza ha evidenziato che “è infatti noto che poiché l’efficacia dell’estratto conto quale titolo giustificativo della pretesa dell’importo del saldo attivo dallo stesso risultante…postula l’esistenza di un contratto di conto corrente, il contraente che – deducendo di essere creditore di una somma di denaro a saldo risultante dai complessi rapporti di dare ed avere, produca un estratto conto da lui stesso compilato, nel quale sono indicate le poste dei rispettivi crediti, non soddisfa con ciò l’onere di provare il fondamento della propria pretesa, ma semplicemente ne precisa in forma contabile il dettaglio… E’ noto che la Banca che rivendichi la sussistenza e legittimità del proprio credito pecuniario …. ha l’onere … di fornire la prova della fondatezza di siffatta pretesa, attraverso la produzione in giudizio … del contratto e degli estratti conto relativi all’intero rapporto di conto corrente oggetto della sua rivendicazione e della contestazione dell’ingiunto. L’omessa produzione da parte della Banca … del titolo contrattuale … non consente al Tribunale adito né di conoscere alcunché circa le pattuizioni ivi intercorse tra le parti del rapporto controverso … né di conseguenza di verificare la rispondenza … di quelle pattuizioni ai requisiti inderogabili, di forma e di sostanza, di cui all’art. 117 TUB, né la rispondenza alle medesime pattuizioni … degli addebiti ed accrediti riportati negli estratti conto relativi al periodo di vigenza di siffatto originario contratto, né di vagliare la giustificazione “contabile e negoziale” del saldo finale … asseritamente maturato a debito del correntista in pendenza dell’efficacia dell’originario titolo contrattuale (non prodotto né mai indicato nei suoi contenuti dalla banca) … , né di depurare quel saldo dagli anatocismi passivi invalidamente conteggiati- ex art. 1283 c.c.- dalla Banca … , ossia- in sintesi- non consente al Tribunale di sindacare la effettiva sussistenza di validi “titoli costitutivi”- nella specie contestati dal correntista- della pretesa pecuniaria della banca”.
Sul punto, per tutte, cfr., Trib. Pescara, 23.11.2005, in motivazione, in Giur. merito, 2006, 7-8, 1660 e Trib. Nola, sez. II, 19.2.2009, in motivazione, in Redazione Giuffrè, 2009.

NECCESITA’ DELLA PRODIZIONE IN GIUDIZIO DA PARTE DELLA BANCA DELLA SEQUENZA INTEGRALE DEGLI ESTRATTI CONTO

Ulteriore verifica essenziale da compiere risulta quella degli estratti conto prodotti dalla banca per il conseguimento del decreto ingiuntivo.
Come accennato, sempre ai fini dell’assolvimento dell’onere della prova del credito azionato, la banca deve produrre, unitamente al contratto, gli estratti conto relativi alla intera durata del rapporto, dall’apertura all’estinzione.
A tale riguardo, la giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione ritiene che la banca al fine di dimostrare la esistenza e la entità del proprio credito “ha l’onere di produrre gli estratti a partire dall’apertura del conto”, dovendosi “escludere la idoneità probatoria del saldaconto, benchè certificato ai sensi dell’art. 50 d.lgs 1°.9.1993, n. 385 (T.U.B.): esso, in caso di contestazione, non può integrare di per sé prova a favore dell’azienda di credito della entità del credito, in quanto atto unilaterale proveniente dal creditore e dovendo ritenersi eccezionale – e per ciò stesso non estensibile al di fuori delle ipotesi espressamente previste – la valenza probatoria ad esso riconosciuta ai fini del conseguimento del decreto ingiuntivo”.
In argomento, cfr., Cass. Civ., 3° Sez., 3.5.2011, n. 9695, in Giust. civ. Mass., 2011, 5, 685 e Cass. Civ., 1° Sez., 25.11.2010, n. 23974, in Giust. civ. Mass., 2010, 11, 1515.
Avviene di frequente nei giudizi di opposizione a decreto ingiuntivo che la banca produca estratti conto parziali, relativi agli ultimi periodi del rapporto di conto corrente.
Si pensi, a titolo esemplificativo, al caso in cui la banca chieda di essere ammessa al passivo del fallimento del cliente – correntista per il saldo debitore relativo al rapporto di conto corrente acceso nel 1995 ed estinto nel 2007, depositando, unitamente al contratto, estratti conto parziali, ciòè successivi al 1995.
In tali ipotesi, applicando i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, può ritenersi che l’assenza degli estratti conto per il periodo relativo ai primi anni del rapporto bancario non precluda la possibilità di espletamento di CTU contabile, concernente il periodo successivo, finalizzata all’accertamento della consistenza dell’ipotetico credito della banca, potendo l’indagine peritale essere effettuata sulla base di riferimento più sfavorevole per il creditore istante, vale a dire riportando a “zero” il saldo di partenza, quindi senza tenere conto del saldo del primo estratto conto disponibile, in quanto anch’esso da ritenere frutto di anatocismo pregresso.
Sul punto, per tutte, cfr., Cass. Civ., 1° Sez., 26.01.2011, n. 1842 e cit. Cass. Civ., 1° Sez., 25.11.2010, n. 23974.

CONCLUSIONI

Quando arriva il decreto ingiuntivo, occorre sottoporre il caso ad un legale specializzato nella valutazione di tali aspetti ai fini della proposizione del giudizio di opposizione all’ingiunzione di pagamento.
Nell’ambito di tale giudizio, dovrà chiedersi la sospensione dell’eventuale provvisoria esecuzione di cui sia munito il decreto ingiuntivo, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 649 c.p.c. ed il Giudice, in ossequio all’orientamento giurisprudenziale sopra richiamato, potrebbe ritenere fondata l’istanza di sospensione sul presupposto che la domanda di ingiunzione sia sprovvista di indoneo apparato documentale e che la banca non possa superare l’onere probatorio di cui è gravata.
In argomento, decisiva, cfr., Trib. Novara, ord. 26.02.2013.